Caravaggio, la rivoluzione nell’arte

caravaggioal Museo di Capodimonte Via Miano, 2 – Napoli

Teatro & Arte

per la secondaria di secondo di grado > giovedì 11 e venerdì 12, dicembre ore 9.30 e 11.30

La visita guidata con incursioni teatrali è un’esperienza emozionante che coniuga l’arte, la storia e l’archeologia con il teatro, trasformando la visita in un momento di fruizione ‘a tutto tondo’.

Buio. Il pubblico siede ai lati di una lunga tela nera. Musica. Un giovane uomo avanza alla sola luce di una lampada: gioca a creare – sul muro – quadri di ombre, che si stampano anche sui volti del pubblico. Il giovane evoca le ombre, le invita a “uscire dal nulla del buio”, a “entrare nel corpo della luce”. Le sprona a lasciare la loro inconfondibile impronta, così come fece il giovane Michelangelo… inizia un percorso che fa rivivere le tre fasi della vita artistica e spirituale dell’artista: della giovinezza, della crescita e della maturità.

Caravaggio, la rivoluzione nell’arte

Trenta minuti di poesia, luci e musica, per raccontare – in tre momenti – l’opera e soprattutto l’anima dell’artista.

Ombre. Ombre!

Ombre ai margini del mondo.

Salite,

su questo folle palcoscenico.

Uscite dal nulla del buio.

Entrate nel corpo della luce.

Scegliete la posa giusta

per il vostro ritratto.

Ombre!

Pestate questa tela nera,

e lasciate, inconfondibile,

la vostra impronta

Buio. Il pubblico siede ai lati di una lunga tela nera. Musica. Un giovane uomo avanza alla sola luce di una lampada: gioca a creare – sul muro – quadri di ombre, che si stampano anche sui volti del pubblico. Il giovane evoca le ombre, le invita a “uscire dal nulla del buio”, a “entrare nel corpo della luce”. Le sprona a lasciare la loro inconfondibile impronta, così come fece il giovane Michelangelo… inizia un percorso che fa rivivere le tre fasi della vita artistica e spirituale dell’artista: della giovinezza, della crescita e della maturità.

La prima fase, quella della scoperta, è caratterizzata dalla luminosità, dal colore rosso. E’ quella fase in cui lo specchiarsi alla fonte è ritrovare nella propria immagine la conferma della propria identità. E’ l’età dei modelli, dell’intensità e della pienezza della vita, interrotti all’improvviso dall’omicidio.

La seconda fase è quella della fuga. La luce diffusa scompare. Ora lo specchiarsi alla fonte non dà più certezze. E’ il tempo in cui la camera scura è nella sua testa. I modelli sono sempre più nella sua memoria.

La terza fase è l’incontro con la luce bianca della maturità. E’ l’epilogo della storia che si chiude sulla spiaggia di Porto Ercole. Caravaggio, alla fine del suo percorso, si ritrova modello per “l’ultimo quadro della sua vita”.

Michelangelo Merisi da Caravaggio

L’uomo, l’artista

Caravaggio giunge a Napoli verso la fine del 1606 e, con i suoi dipinti di portata rivoluzionaria per la produzione artistica del tempo, influenza diverse generazioni di pittori partenopei. Il percorso che porta il Merisi ad approdare in città è stato lungo e complesso.

Nasce a Milano nel 1571, figlio di Fermo, architetto di Francesco Sforza, appartenente ad un ramo cadetto dell’importante dinastia milanese. Alla morte del padre, avvenuta a causa della peste nel 1577, si trasferisce con la madre nel piccolo borgo di Caravaggio, cui deve il nome con cui è più noto. All’età di 13 anni torna a Milano per avviarsi al mestiere di pittore nella bottega di Simone Peterzano: fin dalle prime opere colpisce il modo di dipingere, vicino ai modelli della tradizione lombarda, sempre “fedele al vero”, destinato a caratterizzare tutta la sua produzione figurativa.

Compiuti i venti anni, lascia la Lombardia e, dopo una breve sosta a Venezia, si stabilisce nella Roma di Clemente VIII, iniziando a lavorare per modesti pittori e piccoli mercanti d’arte, che gli offrono vitto e alloggio in cambio dei suoi servigi. Fondamentale è l’incontro con il Cavalier d’Arpino, ricco e famoso pittore della corte papale, di cui diviene allievo e assistente.

Risalgono a questo periodo alcune tele “a mezze figure” come il Ragazzo morso dal ramarro e il Bacchino Malato, dove l’artista ritrae sé stesso osservandosi allo specchio, e quadri di “genere” come la Buona ventura e I Bari, in cui si coglie tutto il suo interesse per gli episodi di vita ‘quotidiana’, nei quali eleva al ruolo di protagonisti zingare, imbroglioni, meretrici e mendicanti.

Ad essere ‘rivoluzionarie’ sono soprattutto le opere di argomento religioso, prima fra tutte la serie dipinta per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma. La tela rappresentante San Matteo e l’angelo viene ritenuta ‘non decorosa’ perché raffigurante “un vecchio ignorante che mostra i piedi nudi vestito da santo” e Caravaggio ne dipinge una seconda versione.

L’esposizione del quadro con la Morte della Vergine, oggi conservato al Museo del Louvre, genera uno scandalo ancora maggiore, poiché, secondo l’opinione di molti per ritrae “con poco decoro la Madonna gonfia, e con gambe scoperte”, ricorrendo, per il modello, ad “una meretrice sozza delli ortacci”.

L’inserimento di personaggi reali, rubati dalla strada, in composizioni religiose è anche la causa del clamore sorto intorno alla Madonna dei Pellegrini per la chiesa di Sant’Agostino a Roma, uno degli ultimi capolavori del pittore, prima della precipitosa fuga da Roma verso Napoli.

Michelangelo non è solo un pittore dotato e provocatorio, è anche un giovane impulsivo dal carattere litigioso, tanto da essere spesso coinvolto in risse e aggressioni. Proprio durante uno scontro, avvenuto in “Campo Marzio” nel maggio del 1606, Caravaggio uccide Ranuccio Tomassoni. Il verdetto del processo è severissimo: la condanna è la decapitazione. Inizia così una serie caotica di spostamenti tra Napoli, la Sicilia e Malta, per sfuggire alla morte e sperare nella grazia, fino all’ultimo approdo sulla spiaggia di Porto Ercole, che lo vedrà morire stanco e malato il 18 luglio del 1610.

Il Museo Nazionale di Capodimonte

Il palazzo, costruito per volere di Carlo di Borbone a partire dal 1738, come residenza di caccia e destinato a ospitare la ricca collezione di opere d’arte ereditata dalla madre, Elisabetta Farnese, anche oggi si offre allo sguardo dei visitatori nella sua doppia funzione di residenza reale e di museo, accogliendo al suo interno un’importante raccolta di dipinti e oggetti d’arte. In particolare la cosiddetta ‘Galleria Napoletana’ allestita al secondo piano del museo, ospita opere perlopiù provenienti dalle chiese del territorio o da collezioni private donate allo Stato, significative testimonianze dell’arte prodotta a Napoli.

La flagellazione

Il dipinto venne eseguito nel 1607 per la cappella De Franchis nella chiesa di San Domenico Maggiore.

Pagata con 290 ducati l’opera segna una tappa fondamentale dell’intero percorso artistico dell’artista: sia per l’approfondirsi della ricerca luministica ed ottica, sia per una più sistematica indagine nell’osservazione della verità naturale. Caravaggio trasferisce sulla tela un momento di altissima tensione emotiva e fisica: il momento precedente alla sferzata, ovvero l’attesa del dolore.

Tutta la composizione ruota attorno alla colonna ed è illuminata da un fascio di luce bianca che investe in pieno la figura del Cristo, il quale, torcendosi, si accascia. I tre carnefici, due immediatamente ai lati della colonna, uno chinato e intento a preparare le fascine, bilanciano la composizione, contrastando l’arrendevole abbandono con la contrazione dei muscoli tesi per lo sforzo. L’effetto procurato dai legacci che stringono il braccio del Cristo e la mano destra del flagellatore che si arrossa sotto la stretta definiscono notevoli brani di verità naturale. La gamma cromatica è risolta prevalentemente nel contrasto bianco – nero e nella presenza di alcune varietà di bruni e di limitatissimi rosati, in particolare sul petto del Cristo che determinano un passaggio più dolce dalla luce all’ombra dalla quale emergono le figure. Proprio questa resa naturalistica dei soggetti suscitò anche a Napoli polemiche non solo, o meglio non tanto, fra la gente comune quanto piuttosto fra gli esperti d’arte.

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