Napoli, una città sul mare, non una città di mare: intervista a Francesca Amirante

Francesca Amirante: Napoli, una città sul mare, non una città di mare

Per la storica dell’arte il cammino per superare l’antica divisione porto-città è lungo

di Emilia Leonetti

Francesca Amirante ha molte passioni, soprattutto interpreta i diversi ruoli che occupa con impegno civile. E’ Presidente di “Progetto Museo”, l’associazione che cura il progetto “Accogliere ad Arte”. E’ curatore del complesso museale “Purgatorio ad Arco” da oltre dieci anni, occupandosi della vita culturale del complesso museale, ma non solo: da qualche tempo è entrata a far parte del Consiglio di Amministrazione dell’Opera Pia, proprietaria del museo. In lei colpisce l’attenzione verso la cultura come occasione di riscatto per tutti coloro che non hanno avuto l’opportunità di studiare, o di vivere in ambienti culturali stimolanti. Così è nata, ad esempio, l’idea di organizzare corsi di inglese e di accoglienza per taxisti.

Francesca Amirante, per le ultime due edizioni di “Porto Aperto”, ha accompagnato i napoletani alla scoperta dell’area turistica e degli edifici che la caratterizzano: la Stazione Marittima, gli ex Magazzini Generali e l’Immacolatella Vecchia. Per la sua competenza e conoscenza, come storica dell’arte, ma anche per la sua partecipazione alle iniziative di apertura del porto alla città, le ho chiesto l’intervista.

L’incontro è avvenuto nella sua casa, sulla collina di Posillipo, in una afosa giornata di fine luglio, sedute davanti ad un tavolo da pranzo, il cane Max ai piedi e due bicchieri di chinotto che hanno riportato alla mia mente le estati di molti anni fa.

  • Vorrei partire da una considerazione: tutti noi sappiamo che il porto, oltre ad essere un luogo dove si svolgono delle attività, è uno spazio di scambi, di incontri, di passaggi. Abbiamo edifici che rappresentano momenti significativi della storia di Napoli. Quale è, dunque, la conoscenza e qual è il rapporto che ha con lo scalo?

Il rapporto con lo scalo nasce proprio con il progetto “Accogliere ad arte”. Perché prevede di connettere arte e umanità, in particolare l’umanità che è a contatto con il pubblico. Come saprà, infatti, il nostro progetto prevede corsi di accoglienza per tassisti, per la polizia municipale, per gli addetti ai trasporti ( ANM-EAV). “Accogliere ad Arte” riguarda anche il porto e ha riguardato in particolare la formazione di alcuni tra gli addetti alle aree di parcheggio, presenti nell’area portuale. Devo riconoscere che l’Autorità Portuale ha immediatamente colto l’importanza del nostro progetto, consentendoci, nel 2018, di tenere la prima conferenza stampa di bilancio del lavoro di formazione per tassisti, polizia municipale e addetti di Napoli Servizi, in una sala della Stazione Marittima. L’AdSP, volendo collaborare con noi, si è resa disponibile a farci tenere la nostra conferenza stampa in un luogo per noi significativo. La Stazione Marittima, al di là della bellezza dell’edificio, è il luogo deputato, per la sua storia, ad accogliere viaggiatori, emigranti, cittadini. Questa prima occasione ci ha consentito di diventare interlocutori dell’AdSP per le due edizioni di “Porto Aperto” 2018 e 2019, anche perché nella nostra associazione vi sono diverse professionalità ( archeologi, architetti, storici dell’arte). Siamo entrati, così, nel merito di cosa vuol dire lavorare ad una nuova relazione porto-città. Una relazione che nasce con azioni di carattere architettonico-urbanistico, con la ricucitura tra le due realtà iniziata con l’abbattimento del muro ( maggio 2000) che separava porto e città ma che, per la complessità della situazione dovuta a ragioni storiche, di sicurezza, necessita ancora di un lungo lavoro per abbattere il muro culturale che tutt’ora esiste.”

  • Porto Aperto, dunque, le ha dato l’opportunità di raccontare ai napoletani, attraverso i suoi edifici monumentali, il valore dello scalo e la necessità di entrare in relazione con esso. Con quali risultati? Cosa è emerso? La separazione è superata? il porto è la città?

Il porto, purtroppo, è ancora vissuto come una realtà a sé stante. Sono rimasta colpita, nell’accompagnare i miei concittadini nelle visite, dal fatto che la Stazione Marittima è un luogo che vive di frammenti. Quando arrivano i croceristi si anima. Si ha poi la netta sensazione che il mondo crocieristico non entra in relazione con la città e questo è uno dei grandi scogli che si dovrebbero superare. E’ come se vi fossero due entità staccate. Dall’altra parte aver partecipato a “Porto Aperto” mi ha fatto rendere conto che i napoletani desiderano conoscere il porto e che sono ignoranti rispetto alla struttura portuale e anche all’antico porto. Per esempio, mi impressiona che quasi la totalità dei napoletani intervenuti, in occasione dell’apertura del porto, non ha la minima percezione di dove arrivasse il porto antico. Quelle aree prive di identità intorno alla Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, dove c’era la parte più popolata, più ricca di suggestioni del rapporto tra la città antica e il mare, noto come bacino del Mandracchio, è totalmente sconosciuta ai più. I napoletani non sanno che lì c’era il mare. In questa relazione complicata di Napoli con il mare, Napoli è una città sul mare e non di mare, dovuta anche al fatto che i napoletani erano dediti ad attività più di carattere intellettuale che produttivo, ha fatto sì che l’area, che aveva relazioni con il mare era, per lo più, quella del Mandracchio. Quando si è deciso di colmare l’area, il rapporto con il mare si è completamento interrotto. Bisogna, ora, capire quali sono le motivazioni, le volontà, gli elementi chiave che possono riassicurare questa relazione.

  • Perché sottolinea la necessità di riassicurare questa relazione porto-città? Quali sono i vantaggi?

Perché le cesure sono spaccature non positive per la città. Gli interventi urbanistici avvenuti nel tempo, come quelli successivi al terremoto del 1884, o come il risanamento del Corso Umberto, o il riassetto urbanistico seguito alla seconda guerra mondiale, hanno aggravato le cesure.“

  • Soffermandomi sulle “cesure”, non pensa che finché non si realizzeranno dei luoghi di scambio fisico e intellettuale, sarà difficile per noi napoletani ritrovare il legame con il porto?

Lei ha ragione, nel corso delle visite ho raccontato storie che i napoletani hanno dovuto immaginare. Gli edifici “storici” dinanzi ai quali siamo passati, gli ex Magazzini Generali e l’Immacolatella Vecchia, sono vuoti. Ma anche la zona di Porto Salvo, dove immagino che nel 600 vi fosse la locanda “Del Cerriglio” dove Caravaggio si fermava a mangiare e dove magari i pesci saltavano dal mare nei pentoloni per essere cucinati, non ha più un’anima. Dobbiamo dire che, oggi, la zona più viva e interessante dello scalo è quella del traffico commerciale, in particolare del traffico container. E’ lì che c’è il monumento all’operatività, alle capacità dell’uomo e all’orgoglio di essere parte di un mondo nuovo. Il tentativo dell’AdSP di progettare edifici che possano essere elemento di attrazione culturale, in grado di ricollegare la città al suo porto, vanno nella giusta direzione. Devo, però, sottolineare che, perché avvenga, la destinazione ad usi pubblici deve riguardare entrambi gli edifici ( ex Magazzini Generali e l’Immacolatella Vecchia). In questo momento non vi sono ragioni per andare nell’area “monumentale” del porto. Devo infine ricordare che non basta un museo per rendere popolato uno spazio e per riconnetterlo al resto di Napoli. Servono una serie di interventi in grado di rendere dei luoghi di arte, luoghi in grado di generare “vita”. La rigenerazione urbana, è bene precisarlo, è cosa assai complessa.

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